Una guerra come ce ne sono state tante negli ultimi cento anni. In un campo senza nome, lontano dai compagni che non l’hanno visto cadere, Enrico Bottini giace ferito. Soldato non più giovane, uomo abituato a riconoscere il bene e il male e a fare sempre ciò che ha imparato essere giusto, si ritrova ora abbandonato, solo, con una scheggia pericolosamente vicina al cuore. Nel silenzio della notte, tra l’odore ferroso di sangue e i corpi accatastati accanto a lui, cerca di farsi coraggio e di tenersi compagnia con le parole, nella speranza che qualcuno arrivi a salvarlo.
Accanto a lui compare Franti, compagno di scuola delle elementari – ribelle e solitario da bambino, crudele come solo certi bambini sanno essere, che percorre ora i campi di battaglia come sciacallo di guerra. Franti decide di non abbandonare Enrico: lo trascina con sé in cerca di un ospedale da campo dove possa essere curato. Lungo questo cammino incerto, tra deliri e lampi di lucidità, il rapporto fra i due si trasforma: restano inconciliabili nei valori – l’uno aggrappato all’idea del bene e del male, l’altro alla sua corrosiva disillusione – ma nella fatica condivisa del percorso nasce una solidarietà tutta umana. Il campo di battaglia diventa così la terra dove morte e infanzia si mescolano e si confondono, dove realtà e ricordo smettono di avere confini netti, sovrapponendosi fino a diventare indistinguibili. Il ricordo assume la doppia valenza di rifugio e condanna; mentre Franti incarna la voce corrosiva della realtà e del disincanto, Enrico si aggrappa all’illusione di quei valori che l’hanno portato lì a morire. Nelle faticose ore di cammino verso la salvezza sperata vengono visitati da persone molto simili a ricordi, o a spettri di un passato che sembrava ormai dimenticato. In questo dialogo sospeso tra idealizzazione e profanazione – tra memoria e delirio – il viaggio si popola di fantasmi. Bambini e maestri tornano in vita, insieme ai “racconti mensili”, vere e proprie parabole di pedagogia (e propaganda).
Resta un grande interrogativo: che cosa sopravvive davvero, alla fine, della nostra educazione, delle nostre convinzioni, dei nostri ideali?

